Manifesto - AIMC Portogruaro

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Dal Centro Nazionale

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1 settembre 2017
Augurio del Presidente
Giuseppe Desideri

1 settembre.
Per noi docenti rappresenta quello che per tutti gli altri è il primo gennaio. Inizia un anno nuovo e ci immaginiamo tante cose, tentiamo di programmarlo e di controllarlo, ma alla fine sarà, come sempre, un anno diverso dagli altri. Ci saranno ugualmente le sfide, ma saranno nuove, ci saranno gli stessi alunni ma non saranno gli stessi perchè, anche grazie a noi, sono cresciuti, affronteremo gli stessi problemi ma dovremo trovare nuove soluzioni. Uno degli aspetti che rendono unica la nostra professione è che anche noi sembriamo gli stessi ma non lo siamo. Ogni anno dobbiamo crescere con gli alunni e dobbiamo essere capaci di stupirci come loro davanti alle meravigliose sfumature dei colori della vita.
Auguro a tutti noi di meravigliarci ed emozionarci. Buon anno scolastico.
Da "Il Maestro" n. 7-8 del 2017
Lettera ad una professoressa, oggi
Lettera a una professoressa… oggi        pag. 7 de "Il Maestro"
                                                                 di Luigi Gisolfi
Ospitiamo con vero piacere una lettera molto “speciale”, che un giovane studente, segretario Msac della Diocesi di San Severo, indirizza a un’ipotetica professoressa d’oggi. Una sorta di continuum della più famosa lettera che i ragazzi di don Milani scrissero cinquant’anni fa e che, come la precedente, mira dritto all’essenziale e arriva fino al cuore.

Cara prof.,
abbiamo fatto tanti progressi dai tempi di Barbiana. Ma tra me e lei c’è ancora qualcosa che non va. Voglio parlarle con franchezza. Per questo, mi permetta di darle del Tu.
Occidentali’s Karma. Siamo in Occidente, e viviamo in un mondo che va di corsa. Nella nostra società le cose cambiano di continuo. E spesso, a dettare le regole è chi corre più veloce. Anche la scuola ha preso parte a questa maratona: alternanza, piani triennali, autonomia… Ma correre non è abbastanza. Bisogna stare al passo di noi studenti.
Toccare la vita. Io, cara prof., la scuola non la odio. Odio, però, che non sappia toccarmi la vita. Tu non lo puoi comprendere, perché non sei nata che correvi. Però noi sì, e ti possiamo assicurare che oggi siamo dentro fino al collo in tutto quello che succede. Se per esempio accade qualcosa, qualsiasi cosa, dall’altra parte del mondo o molto vicino a noi, è indifferente: subito lo sappiamo e vogliamo essere dentro quella storia. In effetti, a questa società riesce bene una cosa: tocca le vite della gente! E le tocca, le vite! Eccome se le tocca!
Prima del programma. Noi studenti abbiamo un unico desiderio: che anche i tuoi insegnamenti tocchino le nostre vite. Per questo ci fermiamo stupiti e increduli quando nei tuoi occhi scorgiamo un unico e ardito desiderio: finire il programma. Non è vero che odiamo la scuola, noi in classe vogliamo starci, però questa voglia, per favore, faccela venire tu per prima. E però non credere di salvarti leggendo la lezione presa dal libro di testo.
Gli studenti si annoiano presto. Se ti fermassi un attimo, anziché inseguire sempre il programma, e ci guardassi dritto negli occhi e provassi a conoscerci sul serio, capiresti subito. Lo avevi già capito, quando hai scelto questo mestiere. Hai scelto di insegnare perché, come noi, bruciavi di passione per la vita. Allora potresti perfino arrivare a cercare tra le tendenze di Youtube qualche contenuto che ci possa stimolare; il pomeriggio ti sorprenderesti a innamorarti di libri che avevi dimenticato, e a scoprirne di nuovi; sul far della sera saresti addirittura soddisfatta del lavoro che avrai pensato per noi.
Il riflesso della società. Certo, lo studio si fa sui libri. Ma la scuola corre, e se deve stare al passo significa che lo studio deve essere applicabile al nostro quotidiano. È che noi sentiamo di avere il potere di incendiare il mondo, ma abbiamo bisogno di te. Cara prof, tu non sai che punto di riferimento sei per noi. Se poi ci deludi o ti arrendi, ci arrendiamo pure noi. Molti già lo hanno fatto: «Ormai studio per il voto», tipica frase di una scuola che ha sposato la visione utilitaristica della società.
Do you care? Questo senso del dovere così arido è contrario alla sete di conoscenza che dovrebbe caratterizzarci. Ed è lo stesso che ci porta a dire: «I don’t care». Il motto che vogliamo urlare invece, è l’«I care» di don Lorenzo Milani. E tu, prof, ci tieni? Infine, ti chiedo solo poche cose: sii vera, mostrati fragile, ma mai arrendevole. E se ti fermi, sappiamo che è solo per fare rifornimento.

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