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Da "IL POPOLO" PN

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LA SINDONE: SPECCHIO DEL VANGELO.
                      COME LEGGERLA VANGELI ALLA MANO   versione testuale
                                                                                                                                                                                          
Sindone specchio del Vangelo: a dirlo è stato Giovanni Paolo II, quando, il 24 maggio del 1998, fu a Torino per l’ostensione. È a partire da quelle parole che si può, Vangeli in mano e occhi sul lenzuolo, cercare di leggerne le corrispondenze. E ce ne sono parecchie. Fermo restando che - e sono ancora parole di Giovanni Paolo II -: "Non si tratta di materia di fede. La Chiesa non ha competenza specifica per pronunciarsi su tali questioni".
Giovanni Paolo II trovò parole efficaci per descrivere la sindone, parole che fotografavano il lenzuolo ma anche il suo animo turbato davanti ai segni di una violenza subita. L’ha definita: "Immagine intensa e struggente di uno strazio inenarrabile".
Ferruccio Mercante - relatore di un incontro tenutosi a fine marzo in chiesa San Giovanni a Portogruaro dedicato alla Sindone -  ha premesso: "Fede o no, alle parole del Papa possiamo darci con fiducia". Alla sua lunga relazione si ispira questo resoconto, che tralascia tanto, ma sottolinea le aderenze tra testi sacri e segni che il lenzuolo porta impressi sulle sue fibre.

LA FLAGELLAZIONE. Era la prassi: i crocifissi venivano flagellati (ovvero fustigati con il flagellum, una frusta con sferze di cuoio). La morte in croce poteva essere anche molto lenta. Flagellare i condannati, oltre che atto dimostrativo dinnanzi al popolo, era anche un modo di sfiancarli, di portarli alla crocifissione già sfiniti.
Il lenzuolo di Torino concorda con le sacre scritture, portando nette le macchie di sangue all’altezza delle ferite sia sul lato anteriore del corpo (fronte, volto, petto, braccia, gambe e piedi), sia sul lato posteriore (nuca, schiena, natiche, polpacci). La flagellazione c’è in Marco, in Giovanni, ma è in Luca il dettaglio di una pena particolarmente dura, quando Pilato dice: "Non ho trovato nulla in lui che meriti la morte. Lo castigherò severamente e poi lo rilascerò".

LA CORONA DI SPINE. I vangeli ne parlano (vd Gv "Intrecciata una corona di spina gliela posero sul capo). E questa, invece, non era per niente la prassi. I crocifissi non la portano. Ma l’uomo del lenzuolo sì. L’uomo del vangelo pure.
Le macchie di sangue rimaste sulla sindone confermano le ferite da punta, presenti non solo sulla fronte ma anche sulla nuca e sulla testa intera. Viso compreso: all’altezza di baffi e barba. Più che una corona da re (Il re dei giudei) si trattava di una vera calotta di spine. E ben calcata. In Marco si legge: "Intrecciarono una corona di spine e gliela misero attorno al capo…. E gli percuotevano il capo con una canna". Il viso, una volta toccato, sanguina molto. Il viso del crocifisso dei vangeli e quello dell’uomo che fu avvolto dalla sindone dovevano essere, ugualmente, una maschera di sangue. Una calotta di rovi spinosi può provocarne parecchio. Come gli schiaffi ricordati da Giovanni, aggiunti a un volto già tumefatto. Un trattamento totalmente inusuale, che solo un re da deridere poteva ispirare. Luca scrive: "C’era anche una scritta, sopra il suo capo: Questi è il re dei Giudei". E Matteo "Questi è Gesù, il re dei giudei".

LA CROCE E I CHIODI. I condannati, una volta flagellati, dovevano salire fino al luogo della crocifissione portandosi sulle spalle il patibolum, ovvero il lato corto della croce. L’uomo dei Vangeli è stremato e Marco scrive: "Costrinsero a portare la sua croce a un tale che passava, un certo Simone di Cirene"… Conferma Matteo: "Mentre uscivano, incontrarono un uomo di Cirene, chiamato Simone, e lo costrinsero a prender su la croce di lui". Era al patibulum che le braccia, le mani, venivano inchiodate. E il sangue rimasto sulla sindone concordano anche in questo caso.
Testi e tracce coincidono anche per quanto riguarda le gambe: non distese, ma una sopra l’altra. La rigidità della morte conserva la postura finale, quella per cui un unico chiodo trapassava entrambi i piedi che venivano sovrapposti.

LE GINOCCHIA. La morte sulla croce era spesso una lunga agonia, straziante per il crocifisso quanto per i suoi cari. Capitava che i soldati, per dare fine a tutto questo, spezzassero le ginocchia ai malcapitati, perché non potessero più ergersi per respirare meglio.
I Vangeli lo confermano per i due ladroni, crocifissi a destra e a sinistra di Gesù. Ma non per Gesù. Così si legge in Giovanni: "Era il giorno della Parasceve e i giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato - era infatti giorno solenne quel sabato - chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe… Vennero, dunque, i soldati e spezzarono le gambe all’uno e all’altro che erano stati crocifissi insieme con lui. Venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno dei soldati con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua". E Marco conferma che Gesù morì presto, prima degli altri due: "Pilato si meravigliò che fosse già morto e, chiamato il centurione, lo interrogò se fosse morto da tempo". Crocifisso alle nove del mattino alle tre del pomeriggio spirò, si legge.

IL COSTATO. Tanti gli spunti di confronto con il lenzuolo: oltre alle ferite di chiodi ai polsi e piedi, è presente una ferita da lancia tra 5 e 6 costola. È profonda ed ellittica, potrebbe ben essere stata provocata da una lancia. Inoltre, la precisione dell’evangelista che si sofferma a dire "sangue e acqua" è, per i medici che hanno analizzato la sindone, un dettaglio importante: dice che si trattava di un copro morto. Solo nei morti acqua e sangue si dividono.

TRA SCIENZA E FEDE. Sono solo alcuni dei tanti spunti che la sindone e i vangeli offrono. Alla scienza il compito di continuare ad indagare. Ma, come ha fatto presente il relatore, Mercante, più si indaga - ironia della sorte - più il mistero si fa fitto. Specie per le menti. Chi, infatti, coltiva una sua convinzione di fede non si fa smontare facilmente.
La prova del carbonio 14 del 1988 lo ha dimostrato chiaramente. Chi non voleva credere si trovò rasserenato, chi ci voleva credere non smise di farlo. Il fatto è che oggi, a distanza di quasi trent’anni, la questione non è né ferma né risolta.
Del resto lo stesso Giovanni Paolo II la definì: "Provocazione all’intelligenza". Le macchie di sangue (gruppo AB) sul telo di lino sono autentiche e si sono impresse per diretto contatto. Su come si sia formata l’immagine gialla resta il mistero. Una sorta di negativo fotografico - è stato detto. "La prima fotografia della storia" ha spinto Mercante, alludendo che l’uomo della sindone ci abbia lasciato una sua "foto" come facciamo noi con le persone amate. Tutto questo è quell’immagine di luce "che tutti vedono e nessuno per ora può spiegare".
                                                                                                      Simonetta Venturin - direttrice del dettimanale
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L'incontro è stato organizzato dall'Associazione Maestri Cattolici - sezione di Portogruaro
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